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Il vescovo Alagona PDF Stampa E-mail
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E' dovere civico e sprone all'imitazione per le novelle generazioni ricordare i benemeriti personaggi che onorarono la città nativa con le opere e soprattutto con le loro virtù. Fra questi occupa un posto eminente, come scrive il Privitera nella "Storia di Siracusa", (vol. II, cap. 13), Mons. Giambattista Alagona (1726-1802), dei baroni di Formica, discendente dai famosi vicerè di Sicilia, Blasco e Artale Alagona, ai tempi della dominazione aragonese.
Pubblicò di lui un elogio biografico (Napoli, tip. Cattaneo 1853) il barone Paolo Impellizzeri, che allo spirito bizzarro unì una cultura non comune e lasciò alla biblioteca arcivescovile una importante raccolta di classici latini.
Ancor giovanetto, l’Alagona fu mandato dal padre nel Collegio dei Gesuiti di Palermo ed ebbe per compagno il conte Cesare Gaetani sulla relazione del quale il biografo dichiara di fondare la maggior parte del suo elogio.
I due virtuosi giovani siracusani strinsero fin d’allora tale amicizia e fratellanza che non si estinse se non con la vita. Sotto la guida dello insigne maestro, il fiorentino padre Antonio Lupi, studiavano i classici, ne gustavano le bellezze e scrivevano anche con eleganza in prosa e in versi, in latino e in italiano.
Il Vescovo Alagona
L’Alagona, mentre era tutto intento ai diletti studi, fu richiamato in Siracusa dal padre, che volle ascriverlo alla milizia, per farlo partecipe delle prerogative e delle esenzioni dei cadetti nobili. Benché a malincuore, egli ubbidì al padre, che grandemente amava e riveriva; ma, dopo circa un anno, fu chiamato da Dio a più nobile carriera, per mezzo di un fatto straordinario.
Due giovani suoi amici, militari della medesima guarnigione siracusana, per futili motivi, vennero a grave contesa con le spade in mano. Egli, presente alla rissa, adoperava ogni sforzo per farli riconciliare, quando vide cadere ai suoi piedi, ferito a morte, lo sfidato. La tragica scena turbò grandemente l’animo suo. Ritiratosi in casa e versando le più amare lacrime, con quella invitta costanza, che costituiva il suo fermo carattere, prese la risoluzione di ritirarsi dalla milizia e cambiare vita.
Si presentò al Vescovo mons. Testa; che, accertatosi del suo sincero proponimento e della bontà dei suoi costumi, gli fece compiere gli studi teologici e lo consacrò sacerdote. Si diede con zelo ad esercitare il sacro ministero, coltivando contemporaneamente le lettere. Fu ascritto nella fiorente Accademia dei pastori aretusei; e dal conte Gaetani, che ne era il custode, e dagli altri soci fu eletto segretario.
Il Vescovo Testa, giusto estimatore delle sue virtù e delle sua abilità, lo volle canonico della Cattedrale, esaminatore prosinodale e moderatore delle congregazioni mensili del Clero, in cui si discutevano questioni riguardanti le sacre discipline. Ivi il dotto Prelato leggeva ai suoi sacerdoti quelle classiche orazioni latine, che furono poi pubblicate in Palermo dalla tipografia dei Bentivegna.
Nel 1754 mons. Testa, dopo essere stato solo cinque anni in Siracusa, fu trasferito all’Arcivescovado di Monreale. Se furono dolenti i siracusani nel vedersi togliere un Vescovo insigne per dottrina e pietà, dolentissimo rimase l’Alagona, che perdeva in lui il secondo padre, il confidente e il mecenate.
Appena quindi gli si presentò l’occasione, andò a raggiungerlo nella nuova sede; dove fu accolto da mons. Testa con paterna amorevolezza e trattenuto per parecchi anni nell’episcopio, a condividere con lui le sollecitudini pastorali. Strinse relazioni amichevoli col Viceré marchese Fogliari e con Mons. Riggio Statella, Giudice della Legazia Apostolica in Sicilia, che era stato arcidiacono del Duomo di Siracusa e poi Vescovo di Cefalù. Fu chiamato ad occupare importanti uffici in Palermo, fu inquisitore del tribunale della S. Fede e vicario generale della Diocesi di Mazara.
Veniva intanto a morte nell’agosto del 1772, il Vescovo di Siracusa, mons. Requisenz, e fu proposto a succedergli l’Alagona, che contava già 46 anni di età. Ricevette la consacrazione episcopale il 31 ottobre 1773 in Palermo e la domenica 28 novembre, dopo aver inviato in precedenza una lettera pastorale, scritta in latino classico, fece il solenne ingresso in Siracusa, descritto in tutti i fastosi particolari nelle “memorie” manoscritte del cerimoniere della Cattedrale, D. Alfio Di Natale (1710-1795).
L’8 dicembre celebrò la sua prima Messa solenne pontificale nella chiesa del monastero benedettino di S. Maria (che fu poi abbellita e da lui consacrata nel 1787), per la festa titolare dell’Immacolata. Il 4 febbraio 1774 riaprì, nel salone Torres dell’episcopio, le congregazioni mensili del Clero, con un discorso di occasione, e il 6 marzo iniziò la prima visita pastorale, che compì regolarmente ogni tre anni, in tutta la vasta diocesi, per ben nove volte. Il Gaetani e il Capodieci, nei loro “Annali” riconoscono che “mise in assetto le cose della Diocesi”, e che precipua sua cura fu di migliorare i costumi dei laici e fare rifiorire la santità nei suoi sacerdoti, confortando i zelanti, rianimando i deboli, ammonendo i traviati.
Pubblicò numerosi editti, pieni di sapienza pastorale, per la festa di S. Marziano e di S. Lucia, del Corpus Domini, per le rogazioni, per le Sacre Visite, per il Giubileo, per parecchi avvenimenti straordinari e soprattutto per il Seminario e per la disciplina degli ecclesiastici.
Contemporaneamente fornì la sua Cattedrale di preziosi arredi sacri, fece lastricare di marmi a vario disegno i gradini dell’altare e il pavimento del coro. Restaurò e abbellì il palazzo vescovile e il Seminario, per il quale fece costruire una grande e artistica cappella; ed accanto ad esso fece sorgere il Museo e la pubblica Biblioteca, innalzata dalle fondamenta nell’anno 1780 e adornata con finissimo gusto, spendendovi circa 15 mila scudi. La Biblioteca, che in seguito ha preso il nome del suo fondatore e che è stata di recente trasportata in nuovi e decorosi locali del palazzo arcivescovile, destò la più grande ammirazione dei cittadini e dei forestieri, e contribuì al rifiorimento degli studi e della cultura nella città di Archimede.
Tra i più nobili ingegni e insigni studiosi di quel tempo basterà ricordare il citato Cesare Gaetani, il vescovo titolare Sebastiano Brisciano, il custode delle antichità della Sicilia Orientale, Saverio Landolina (1743-1814), gli abati Vincenzo Moscuzza e Filadelfo Casaccio, che furono i primi e valorosi maestri del poeta Tommaso Gargallo (1760-1843), il parroco Giuseppe Logoteta (1749-1809), il sacerdote Giuseppe Capodieci (1749-1827) che può considerarsi come il Muratori di Siracusa; nonché i due fratelli avv. Francesco (1763-1839) e Mons. Ignazio Avolio (1765-1844), eruditi scrittori di cose patrie.
Mons. Alagona donò dapprima alla biblioteca i libri suoi e del suo predecessore, che occuparono solo una terza parte degli scaffali, tanto che il Gargallo potè scrivere sarcasticamente nelle memorie patrie: “apparent rari Nantes in gurgite vasto”.
Però, appena gli fu possibile, nel 1795, acquistò a Napoli una gran quantità di altre opere, tra le quali per novanta ducati la famosa bibbia poliglotta di Londra del 1662, e noleggiò un bastimento per il trasporto dei libri.
La biblioteca possiede venti codici manoscritti, latini, greci e arabi, fra i quali un Corano in carta bambagina turca, settanta incunaboli dal 1470 al 1500 e stampe rare. Il dr. Salvagnini, direttore generale delle Biblioteche e degli Archivi d’Italia presso il Ministero della Pubblica Istruzione, visitandola nel 1928, disse: “E’ un gioiello di Biblioteca!”.
Imitando la munificenza del Vescovo, donarono libri, carteggi con uomini illustri, e oggetti antichi, alcuni nobili cittadini e l’abate Secondo Sinesio, che era stato segretario vescovile a Monreale e poi lo fu a Siracusa fino alla sua morte, avvenuta nel 1789.
Ogni giovedì, mons. Alagona si recava a visitare il Seminario, per dare paterno incoraggiamento ai suoi chierici, e quindi passava nell’annessa biblioteca e nello incipiente museo, dove trovava un gran numero di studiosi, che lo circondavano di riverenza e di affetto e lo accompagnavano poi fino al palazzo vescovile. Grande riconoscenza, scrive opportunamente il Chindemi, dobbiamo a quel sommo, mirando come di Sapienza e di costumi decorò il sacerdozio. Sullo esempio del Vescovo, c’era in tutto il Clero un rinnovato fervore di studi, di opere di zelo e virtù. Gli archivi della Curia,
delle chiese e dei sodalizi di quel tempo sono ordinatissimi e ricchi di documenti e di notizie.
Il regio visitatore mons. Angelo De Ciocchis, venuto in Siracusa nell’aprile 1743, trovò, come nelle altre diocesi di Sicilia, anche in questa un Clero assai numeroso, composto di ben 3600 tra chierici e sacerdoti secolari, 1733 sacerdoti regolari nei conventi e circa 4 mila monache nei monasteri. Il De Ciocchis decretò che il numero dei chierici fosse limitato a dieci per ogni mille abitanti.
I vescovi siciliani insorsero contro tale disposizione e lo Arcivescovo di Monreale, monsignor Testa, indirizzò al viceré una dotta memoria, confutando i sofismi allegati e reclamando con forza apostolica la libertà della Chiesa nella scelta e nel numero dei suoi ministri (Sinesio, Vita di mons. Testa, Siracusa, 1781).
Tuttavia l’Alagona, più che il numero, voleva la perfetta formazione ecclesiastica del suo Clero, e in ciò fu così saggiamente severo che i suoi avversari ne fecero oggetto delle loro aspre critiche.
La controversia più lunga dovette sostenerla col Capitolo della Cattedrale, che pretendeva fossero eletti soltanto soggetti decorati di blasone e di censo; ma la vinse ottenendo in suo favore due disposizioni sovrane; e così potè nominare canonico il dotto parroco Logoteta, che aveva avuto bensì umili natali, ma la cui virtù, congiunta al sapere, valeva certamente molto di più di qualsiasi titolo araldico.
Tutto ciò che mons. Alagona faceva o donava per il pubblico bene, aveva l’impronta di una magnificenza e di una splendidezza quasi regale. Ospitava signorilmente nel suo palazzo i forestieri e gli illustri viaggiatori stranieri, tra i quali ci fu l’inglese Swinburne, che gli rese questa spontanea testimonianza (Voyage dans les deux Siciles, Paris, Didot 1786); “Le persone, che vidi in casa del Vescovo, erano amabili e istruite. Questo Prelato tiene la sua carica con dignità e si dedica con tanta assiduità all’esercizio delle sue funzioni episcopali, che si permette appena un’ora di riposo in tutta la sua giornata”. Con sé stesso tuttavia era parco e tutto quello che gli avanzava lo considerava patrimonio dei poveri, ai quali pensava di giorno e di notte e financo durante le sacre funzioni.
Io lo vidi più volte, ha lasciato scritto il suo biografo, con la semplicità dei primi secoli, scendere le scale del suo palagio, dando l’elemosina con una mano e la benedizione con l’altra. Accoglieva tutti come fratelli e figliuoli e porgeva volentieri l’orecchio a chi implorava da lui protezione e aiuto.
Il 7 maggio 1801 partì da Siracusa per compiere, per la nona volta, la visita pastorale della Diocesi. Nell’agosto e settembre di quell’anno, trovatasi nel convento di S. Francesco in Caltagirone, dove si ammalò. Sentendosi aggravato, volle confessarsi e ricevere il Santo viatico in forma solenne. Dettò il suo ultimo testamento lasciando tutto quello che allora possedeva ai poveri e alla sua chiesa.
Con l’assistenza spirituale del decano di Mineo e del missionario P. Galizia, si addormentò placidamente nel Signore la mattina del 21 settembre. Trasportata la salma in Siracusa, dopo tre giorni di esequie solenni e di pianto generale, fu inumata ai piedi dello altare maggiore della Cattedrale, dove egli da tempo si era preparata la tomba, con questa semplice iscrizione: “Hic iacet Joannes Bapt. Alagona Ep. Syracusanus ut ubi in litando se peccatorem confessus est remissionem peccatorum impetret”.
Dentro la cassa, in un tubo di piombo, fu posta una pergamena con un elogio dettato dal Logoteta.
L’impellizzeri chiude il suo scritto, accennando alle dismembrazioni patite dalla diocesi di Siracusa, nel 1818 e nel 1844, con questa invocazione: “Tu scendesti nel sepolcro in dì più opportuni e meno infelici. Tu non vedesti circoscritto il tuo vescovile potere, né quasi spezzata la tua Cattedra. Compassionevole sguardo rivolgi alla tua patria, famosa per rinomanza e per sventura; e prega dal misericordioso Iddio destini meno acerbi a questa terra”.


Testo tratto da:
Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella



 
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