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Cesare Gaetani, conte della Torre, nacque in Siracusa il 1718 e mancò ai vivi nel 1805, compianto da tutti.

Dalla sua famiglia erano usciti nel secolo XVI i fratelli Costantino benedettino cassinese, bibliotecario della Vaticana, che godette la stima del Baronio, di Bellarmino, del Muratori e dei Pontefici del tempo e contribuì alla costruzione del Collegio di Propaganda, e Ottavio gesuita, che, venti anni prima dei Bollandisti, pubblicò le vite dei Santi siciliani, raccogliendole da antichi codici, e illustrò venti santuari mariani dell'isola.
Il nostro Cesare fece gli studi nel Collegio dei Gesuiti a Palermo, coltivando, in modo speciale, le lettere, la poesia e la storia patria.
Ritornato a Siracusa e formatasi una famiglia, impiegava utilmente il tempo nell'adempimento dei doveri religiosi, recandosi ogni mattina nella vicina Cattedrale, nello studio assiduo e nel riesumare le antiche grandezze della città.
Nel 1748 diede alla luce un volume, col titolo "Dissertazione sull'origine apostolica della Chiesa Siracusana", frutto di lunghe e pazienti ricerche.
Fervente di amor patrio, si aggirava nelle antiche Acradina, Tiche e Neapoli, scoprendo vetusti avanzi di edifici, iscrizioni greche, vasi, lucerne ed altri oggetti di antichità. Fece eseguire a sue spese scavi nelle catacombe di S. Giovanni e di S. Diego e nel teatro greco, dove rinvenne l'iscrizione, che porta il nome della regina Filistide.
Servendosi anche delle opere di altri scrittori, compilò un volume manoscritto dal titolo "Vestigia della antica Siracusa illustrate", che si conserva nella Biblioteca Arcivescovile, nel quale passa in rassegna tutti i monumenti dell'antica metropoli.
Il Principe di Biscari, custode delle antichità siciliane, che ne ebbe un ragguaglio, gli affidò la custodia e la conservazione di esse per Siracusa. I letterati e i viaggiatori stranieri si rivolgevano a lui per la visita dei monumenti e si tenevano con esso in frequente e dotta corrispondenza, come rilevasi da un grosso zibaldone, contenente le lettere indirizzategli dal Munter, dallo Swinburn, dal conte di Borch, dal Torremuzza, dal Villabianca, dallo Schiavo, dall'Amico, da Hamilton, da Francesco Danieli, da Pietro Napoli Signorelli e da molti altri.
Fin da giovane fece parte dell'Accademia Aretusea, fondata nel 1753, della quale fu attivo custode e l'anima finchè visse, facendosi guida amorosa alle nuove generazioni. Era cortese e amorevole con tutti, anche con quelli di umili condizioni.
Nel 1758, pubblicò in versi italiani le Odi di Anacreonte e nel 1776 le traduzioni, pure in rime, di Teocrito, Bione e Mosco riscuotendo elogi da insigni letterati italiani e stranieri. Domenico Scinà scrisse: "Tutti i nostri si compiacquero nel vedere notati dal traduttore quegli adagi e quelle maniere di Teocrito, che ancora si conservano fra noi". E il Pagnini di Parma scrisse pure nel 1780: "Il conte Gaetani ha ristampato in Siracusa la sua vaghissima, ed unica nel suo genere, traduzione di Anacreonte in sonetti di versi ottonari, alla quale va unita quella dei bucolici greci in versi rimati, ed ha mostrato col proprio esempio come un esatto e fedele volgarizzamento possa aver luogo in rime, per coloro che sanno l'arte di rimaneggiarle. A ciascun componimento vengon dietro amenissime note, rivolte principalmente ad illustrare i punti storici, geografici e mitologici".
Nel 1758 pubblicò a Palermo gli "Atti sinceri di S. Lucia", che il canonico Digiovanni aveva tradotto in latino dal codice greco di Giorgio Papadopulo, con eruditi commenti e dissertazione storico critica.
Nel 1768, in seguito alla soppressione dei gesuiti, fu nominato dal vicerè Fogliani, direttore delle scuole del collegio e del convitto dei nobili giovanetti, nonchè custode della ricca libreria, che per ordine superiore, fu poi trasportata a Catania. Egli riuscì a salvare qualche volume, che insieme con tutti i suoi libri donò in seguito alla biblioteca del vescovo Alagona.
Avendo fatto studiare ai suoi alunni il libro "De officiis" di Cicerone concepì il disegno di un poema didascalico, intitolato "I doveri dell'uomo", che diede alle stampe nel 1790.
Dal 1749, fin quasi alla fine di quel secolo, compose molti drammi sacri, che, musicati, vennero rappresentati per l'annua festa di S. Lucia, per la Madonna dei poveri e in altre occasioni.
Versato negli studi sacri, tradusse in versi italiani l'omelia di Natale di S. Leone Magno, che comincia Excedit quidem, dilectissimi. Pubblicò pure in versi italiani, seguendo il testo ebraico, una bella parafrasi del salmo 97.
Tutti gli anni, durante il periodo della pesca, egli si recava nella sua tonnara di Fontane Bianche, trascorrendo il tempo coi suoi libri, con la ciurma marinaresca e coi pochi amici che andavano a visitarlo.
Là preparò il libro Le pescagioni, contenente 25 idilli, che diede alle stampe nel 1797, e che furono molto lodati dai letterati del tempo. Altri 17 idilli rimasero inediti.
Per incarico del Senato e con l'aiuto del giovane Tommaso Gargallo, pose in ordine le vecchie pergamene, che si conservavano nel palazzo comunale. Tale fatica gli fu di stimolo per compilare gli Annali di Siracusa in tre volumi, che cominciano dal 1080, quando vennero in Sicilia i re normanni e terminano nel 1800. Sono rimasti manoscritti e si custodiscono nella biblioteca arcivescovile alagoniana. Diede alle stampe un solo capitolo, che riguarda il periodo della Camera Reginale, come fece un secolo dopo Emanuele De Benedictis.
L'abate Giuseppe Capodieci, che frequentava la casa del Gaetani, ne prese l'idea, ampliandola; e, dopo aver consultato tutti gli archivi pubblici e privati, scrisse pure in grossi volumi gli Annali di Siracusa dalla fondazione della città all'anno 1810.


Testo tratto da:
Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella



 
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