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Archimede PDF Stampa E-mail
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Archimede è il primo grande filosofo e ingegnere della storia, scoprì teoremi geometrici immortali e leggi tuttora alla base della fisica. Ma furono i suoi congegni e le sue macchine da guerra a farne un personaggio leggendario: eppure Archimede alla guerra ci pensò proprio poco...

Il Mongitore, nella Biblioteca Sicula, I, 79, ha lasciato scritto: "Archimede celeberrimo siracusano, supremo ornamento della sua città e della Sicilia".
Nacque nell'anno 287 a.C. e fu parente e cognato del re Gerone, dalla quale famiglia nacque poi S. Lucia.
Tutti gli scrittori lo proclamarono filosofo e maestro insigne. Si distinse però nelle matematiche, per le quali ebbe fin da piccolo grande propensione.
Egli amava la scienza e la coltivava con tale passione che dimenticava perfino di prendere cibo e di soddisfare gli altri bisogni della vita.

Viaggiò in Sicilia e in Spagna; poi si recò in Alessandria di Egitto, che era il centro della sapienza e della civiltà di quell'epoca, accolto con onore nella reggia e nella corte dei Tolomei.
Archimede
Archimede in un dipinto di Domenico Fetti (1620)
Domenico Fetti: Archimedes, 1620
Alte Meister Museum, Dresden (Germany/Deutschland)
Ivi lesse quanto Euclide avevo scritto in geometria; ivi conobbe Conone di Samo, che gli fu poi amico e compagno di studio, del quale parla con molta stima nei sui scritti, in cui fa pure cenno di Zeusippo, Dositeo ed Eratostene, matematici della scuola di Alessandria.
Scrittori antichi rapportano che Archimede fece in Egitto diverse opere di pubblica utilità e fece costruire dighe in alcuni punti del Nilo per contenere le acque in tempi di piena.
Diodoro Siculo assicura di avere egli inventato là quello strumento meccanico, che porta il nome di coclea o vite di Archimede, allo scopo di prosciugare i terreni invasi dalle acque, e poi l'elica, che serve a dare movimento alle navi di qualunque portata.
Tornato in patria, Archimede non volle occupare cariche civili o militari e respinse le offerte del re Gerone, che voleva onorarlo con alto ufficio pubblico. Lo studio suo prediletto della matematica lo assorbiva e lo teneva lontano da ogni altra occupazione. "I suoi occhi, ha lasciato scritto lo Scinà, trasformavano le cose che esistevano in esseri matematici; la sua immaginazione non tracciava che linee e figure; il suo intelletto non rivolgeva che teoremi geometrici; il suo mondo insomma era tutto matematico".
Le sue invenzioni stupivano i suoi contemporanei. Per una vittoria ottenuta, Gerone commise una corona d'oro da offrire agli dei. A tale scopo consegnò all'artefice la quantità di metallo prezioso necessario; ma terminato il lavoro, che riuscì perfetto e di giusto peso, il re sospettò che la corona non fosse di oro puro e propose ad Archimede di risolvere questo problema. Il dotto matematico occupò in esso la sua mente; e finalmente gli balenò l'idea della soluzione quando, entrato nel bagno, il suo corpo sollevò un eguale volume di acqua. Fu allora che con gioia pronunziò il famoso Eureka, l'ho trovato.
Per dimostrare la potenza della leva, si riferisce il detto di lui: Datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo.
Ammirazione di tutti i secoli fu il trovato di Archimede per la precisa determinazione dell'equinozio. Sul punto più elevato d'Ortigia si innalzava il famoso tempio di Minerva, oggi Duomo. Sul pavimento di esso Archimede tracciò una meridiana, che volle completare con lo stabilire l'equinozio di primavera e di autunno, quando il sole, entrando da una finestra a levante usciva da un'altra a ponente e viceversa al tramonto. Il popolo chiamava quella finestra l'occhio di Archimede.
Le opere di Archimede furono date alle stampe in latino a Venezia nel 1543, a Basilea nel 1544, a Parigi nel 1615, a Messina da Francesco Maurolico nel 1672 e in seguito fino ai giorni nostri; ma la maggior parte sono andate perdute.

Fra le opere che ci sono pervenute, sono notevoli quelle riguardanti la sfera e il cilindro, che egli volle scolpiti sul suo sepolcro. Fabbricò anche una sfera di bronzo, coperta di vetro, in cui mise il sole, la luna, e cinque stelle principali, con relativi movimenti. Questa sfera, dopo la presa della città fu portata a Roma ed esposta pubblicamente nel tempio di Vesta, come dice Ovidio. Le ingenti e proverbiali ricchezze di Siracusa, con gli oggetti artistici, furono trasportate a Roma, che ne ereditò la grandezza.
Riconosciuto da tutti come primo e inimitabile inventore delle arti meccaniche, riuscì a portare in mare la grande nave di Ierone, costruita secondo il suo progetto e la sua direzione, e difese la città contro l'assedio dei romani per circa due anni, lanciando contro le loro navi grossi macigni e bruciandole con gli specchi ustori.

Marcello più volte esclamò che non poteva vincere contro l'ingegno di Archimede e potè prendere la città in occasione delle feste di Diana, quando i siracusani erano storditi per le abbondanti libagioni di vino. Diede ordine di rispettare la vita del grande matematico; perchè più che la città desiderava avere quell'uomo, ma purtroppo non ci riuscì. La grande metropoli fu saccheggiata e spogliata di tutto. Un soldato trovò Archimede profondamente immerso nel disegnare figure geometriche e gli comandò di seguirlo. Quegli rispose: noli turbare circulos meos e lo pregò di attendere che finisse il lavoro. Il soldataccio ubriaco senz'altro lo uccise. Aveva 75 anni. Era l'anno 212 a.C. Marcello pianse la morte di Archimede e, mentre poi celebrava a Roma il suo trionfo, deplorava la perdita di quel grande uomo ed esecrò l'uccisore, che aveva spento un nume.

La fama di Archimede si diffuse in tutto il mondo, nè verrà mai meno. Divenne proverbiale la sua abilità e genialità. Furono coniate due medaglie con la sua effigie e con la sfera e il cilindro in una, e con la luna e le stelle nell'altra.
Marcello, non avendo potuto onorarlo mentre era vivo, curò di fargli innalzare un monumento sepolcrale, in cui furono scolpiti la sfera e il cilindro.
Pasquale Midolo, nell'opera Archimede e il suo tempo, rivolge ai suoi concittadini la seguente esortazione: "Siracusani! Quest'uomo prodigioso fu nostro; nacque su questo suolo, visse sotto questo cielo; i suoi occhi si fissarono sul nostro orizzonte; e fu qui che compose opere così sapienti, che inventò congegni tanto meravigliosi, e che fece scoperte così portentose. Possa il suo esempio svegliare la mente e la volontà dei giovani della mia patria, che fu sempre madre di eletti ingegni".



Testo tratto da:
Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella



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