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Archeologia e natura
Plemmirio, specchio dell'isola dei segreti | Plemmirio, specchio dell'isola dei segreti |
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Ci voleva Zanussi per scoprire Punta Mola. Ci voleva un set, di produzione italo-francese, per incocciare ammutoliti le immense rupi di contrada Isola. Un promontorio rude dove la luce è più spietata e la Sicilia gonfia il petto, soffiando da levante la caligine marina. Qui la terra è dura, si apre in mille feritoie, si insinua pericolosamente fin sulla sommità del baratro per poi ridiscendere impetuosa, incontrando le cavità di pietra, le grotte dell’area protetta.
Ma non ci sono clichè da combattere, su cui alzare la spada sguainata. No, davvero, siamo con Zanussi, e con il regista polacco affermiamo: “sì, siamo fuori le banalizzazioni del caso”. Qui, sul serio, per dirla con il regista polacco, si sfalda e si ricompone una attenzione quasi filosofica, una nobile chanson del mare e del dolore, della gioia e dell’efferatezza, che si affranca da tutto quel che abbiamo visto prima. La si rincorre, da temerari, la si trattiene sul ciglio del burrone, è l’utopia del tempo che stavolta prende fiato. Siamo al cospetto di una fermentazione storica, di una partitura di antichi e nuovi segni che il paesaggio ha sottratto soltanto in parte, semmai difendendone l’autenticità. Non conoscevamo la solitudine di una mite mulattiera che svolta al vicolo di penisola Maddalena, anticipando l’edicola con la Vergine Celeste. Si inoltra tiepidamente, scansando il gregge di pecore, sfiorando le viti spostate a nord o i timidi agrumeti. L’isola dei segreti, la Sicilia camaleontica fatta di perimetri vulnerabili. Zanussi volle immaginare la tragedia, la consumazione del dolo, o piuttosto la sperimentazione del male, in una piana di steppe. E fu subito chiaro che nessuna fotografia avrebbe servito la ragione sì egregiamente. La bellezza infernale di punta Mola conteneva da sola tutto il carico di espiazione, ed era tanto diversa, estremamente lontana dal contegno cheto di punta del Pero dove persino i traghetti si adagiano leggermente e le piccole imbarcazioni remano, a motore spento. E’ un altro silenzio. Le buganvillee e i rovi di more, i mandorleti e le pinete, la costa frastagliata e la decorosa villa di una dignitosa signora, con terrazza sulla scogliera. Apparteniamo al remoto richiamo, sicuro. E’ il privilegio di noi indigeni, la fortezza indiademata, la campitura che folgorò il pittore lombardo di Bellano. Cosa siamo, dunque? Siamo il nero della luce quando picchia impunemente; siamo la mestizia di un casolare abbarbicato, siamo l’eremo in un viale di muschio; la superbia di un blasone patrizio. Dovremmo rivendicare il nostro elegante ordinamento feudale, che piuttosto preferiamo ignorare, ingiustamente per la verità; il gene cavalleresco che si perde nel rumore impuro della città e che, un regista di Varsavia, ha invece riconosciuto, al primo ciack, al primo abbaglio nella rupe vestita di ocra. Non abbiamo visto abbastanza. Abbiamo saturato le nostre convinzioni: la nostra grecità si esaurisce ogni sera al teatro greco. Ma siamo molto di più, abbiamo l’ereditarietà delle brulle infuocate da trastullare, dimenticate o sepolte in riserva. Governate o accudite, le abbiamo ritrovate in un set di produzione italo-francese.
Articolo di VERONICA TOMASSINI
tratto dal quotidiano La Sicilia (inserto Siracusa e Provincia) Edizione di Sabato 10 Giugno 2006 Partecipa alle discussioni del forum sul film di Zanussi "Sole Nero", topic Un altro ciak a Siracusa. |
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