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Itinerario dettagliato - L'altopiano ibleo (3a parte) PDF Stampa E-mail
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CASSARO
Da Buccheri, ritornando alla S.S. 124, in direziona Palazzolo Acreide, si incontra il bivio per Cassaro che immette sulla S.P. 7 (Cassaro-Cozzo Bianco-Buscemi). La strada, tortuosa e panoramica, corre per 8 chilometri tra cave profonde in un paesaggio che mostra tratti vulcanici seguiti da rocce calcaree, zone brulle che si alternano a zone alberate, terrazze di muri a secco e, avvicinandosi a Cassaro, vasti uliveti. La coltivazione dell'ulivo, dalla quale si ricava un olio molto apprezzato, rappresenta, in effetti, la principale attività economica del borgo. Si entra a Cassaro da via Umberto I che, ad un certo punto, incrocia via Anapo, l'arteria principale del paese. Ad un incrocio tra quest'ultima e via Roma, si trova un parcheggio che consente, se si viaggia in auto, di fermarsi e visitare a piedi il paese.
Dell'antico Qasr (in arabo, castello) che ha dato il nome al borgo, resta oggi ben poco e il paese attuale ha l'aspetto quieto di un piccolo centro agricolo. Le sue chiese ed alcuni edifici civili testimoniano comunque di una storia locale nel cui svolgersi va collocata la ricostruzione "barocca" di Cassaro nella sua attuale forma a scacchiera. La Chiesa Madre, rimaneggiata, ha perso parte del suo fascino con il rifacimento della facciata nel 1938.
Di maggiore interesse, in via Umberto I, è la chiesa di S. Antonio Abate caratterizzata da un bel portale e, all'interno, da una pavimentazione settecentesca e dall'altare maggiore che accoglie un dipinto di Giuseppe Crestadoro. Il vecchio sito di Cassaro si raggiunge lasciando il paese per via Anapo e imboccando la panoramica S.P. 40 che, in ripida discesa, conduce alla stazione ferroviaria in disuso situata lungo il tracciato di una linea ferroviaria che, attraversando la Valle dell'Anapo, congiungeva Siracusa e Vizzini. Sullo stesso slargo della stazione vi è l'ingresso all'area demaniale d'interesse naturalistico della Valle dell'Anapo. Da qui, guardando in direzione di Cassaro, si vede lo sperone roccioso dove sorgeva l'antico fortilizio arabo. L'accesso all'area demaniale è possibile a piedi o avvalendosi di un servizi gratuito che consente di percorrere in pullman i 13 chilometri della vecchia tratta ferroviaria che raggiunge l'altra entrata della valle, nei pressi di Sortino. Lungo la Valle dell'Anapo si possono cogliere scorci della Necropoli di Pantalica in un ambiente naturale che è tra i più belli e meglio conservati di tutta la Sicilia: i 2600 ettari dell'area demaniale contengono 700 specie diverse di piante, tra le quali l'orchidea spontanea, l'iris, il ciclamino, il mirto ed una fauna altrettanto ricca e rara che comprende l'aquila del Bonelli, l'istrice, la martora, il falco pellegrino, il corvo imperiale, la poiana, il colubro leopardino e decine di altre specie.

La stazione ferroviaria è il  punto di riferimento per continuare l'escursione seguendo ancora il tracciato della vecchia ferrovia che corre parallela al fiume Anapo, fuori dall'area demaniale, in direzione di Palazzolo Acreide. Lasciata Cassaro (direttamente dal fondovalle o, risalendo in paese, da via Regina Margherita) s'imbocca la S.P. 10 che in un tratto tortuoso e panoramico di 4,5 chilometri, conduce a Ferla.

FERLA
Si entra in paese da via Vittorio Emanuele e ci si trova subito immersi nell'atmosfera di un luogo dove il tempo corre con un'altra velocità, dove le cinque chiese lungo il corso hanno un aura differente, dove i suoni stessi, che rompono il silenzio nel quale è avvolto il paese, sembrano provenire da regioni lontane del mondo e dell'anima. Il barocco di Ferla è davvero un'altra cosa: Noto, Siracusa, Modica, la stessa Palazzolo Acreide danno l'impressione di appartenere agli uomini, alle loro vicende ed espressioni, al teatro di una vita aperta ad influenze culturali cosmopolite. Ferla è come un territorio più profondo, intimo e segreto. Una visione generata dal luogo piuttosto che il luogo generato da una visione. Qualcosa che appartiene al sogno e allo smarrimento che provano gli uomini di fronte ai simboli che non padroneggiano più. Indefinibile e straniante, è forse il punto di confine e d'incontro tra l'anima ancestrale degli Iblei di Pantalica ed il diffuso rifiorire architettonico del Settecento siciliano.
Lungo il corso, superate un'edicola a forma di colonna e la piccola chiesa del Carmine, si incontra S. Sebastiano. Non monumentale (benchè sia la più grande del paese) nè particolarmente preziosa, la chiesa riesce tuttavia ad emozionare profondamente.La facciata mostra un incredibile gruppo scultoreo che rappresenta il martirio del santo in una forma che non ha quasi più nulla dell'arte sacra europea: può, semmai, richiamare le figure del teatro dei pupi. Tanto che il decoro non sorprenderebbe di più se fosse colorato a tinte vivaci, come un carretto siciliano. L'interno, a tre navate, ha otto cappelle. Quella centrale è impreziosita da un altare in legno con bassorilievi vivacizzato da specchietti colorati. Il Martirio di S. Sebastiano vi è di nuovo rappresentato in una grande tela di Giuseppe Crestadoro, della fine del Settecento. La chiesa, transennata e in evidente stato di degrado, non è attualmente visibile all'interno.
Proseguendo il corso, la tappa successiva è la dignitosa ed austera Chiesa Madre. Ricostruita nel 1714 e dedicata a S. Giacomo, insiste sui resti di una precedente chiesa edificata nell'area di una necropoli paleocristiana. Il prospetto incompleto non le toglie alcun fascino. L'interno, a navata unica, conserva numerose tele. Il retro, costruito riutilizzando materiali antichi recuperati dalle macerie del terremoto del 1693, ospita l'ufficio parrocchiale e un archivio.
All'incrocio tra il corso e via Braida si trova la Chiesa di S. Antonio. Considerata il monumento più significativo di Ferla, all'esterno mostra una bella facciata con ai lati due torri campanarie, una delle quali visibilmente danneggiata dal terremoto del 1908. L'interno - che conserva affreschi del Crestadoro e statue lignee di un certo pregio - è a croce greca con cupola ottagonale. Nel contesto di Ferla anche quest'edificio decisamente barocco, ricco di influenze del Gagliardi, dà l'impressione di un luogo di culto intimo ed antico, lontano dalle analoghe forme di architettura religiosa della Sicilia orientale. Come per la chiesa di S. Sebastiano, la visita all'interno è resa difficile dalle precarie condizioni dell'edificio.
In via Garibaldi si trova S. Maria di Gesù (del XV secolo, rifatta nel XVIII conserva una statua di scuola gaginesca, vari reperti antichi ed ex voto). La ripida via Cavour, una traversa di via Umberto, porta alla panoramica chiesa dei Padri Cappuccini e all'annesso convento. Il complesso è stato rimaneggiato, nei primi del nostro secolo, da Sebastiano De Marco, un artigiano locale.
Per visitare ciò che resta di Ferla nel suo sito antecedente al terremoto del 1693, bisogna percorrere, a sud-est, via delle Carceri Vecchie e, a sud-ovest, via Castelverde. Dal quartiere Carceri Vecchie si raggiunge il Trappeto Pisasale, costruito sui resti di un'antica chiesa bizantina, e, dal trappeto, il fiume Tre Canali lungo il cui percorso si aprono delle grotte adibite, in epoche diverse, a sepolcri e concerie di pelli.

Ritornando a via Vittorio Emanuele, risalendola, s'imbocca via Umberto che s'innesta nella S.R. 11 che conduce a Pantalica. Lungo questa strada, dopo circa un chilometro, si incontra la Villa Braida, antica residenza di campagna dei baroni di Ferla, già cenobio dei Benedettini. Sul colle sovrastante la villa si trovano dei sepolcri rupestri bizantini con iscrizioni e tracce di affreschi. Proseguendo per circa nove chilometri, la strada raggiunge la Necropoli di Pantalica.



Fonte:
L'altopiano ibleo siracusano
Azienda Autonoma Provinciale per l'Incremento Turistico
Siracusa
Edizione Ottobre 2004
 
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