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FIABE, RACCONTI, CURIOSITA' E LEGGENDE DI SICILIA.

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FIABE, RACCONTI, CURIOSITA' E LEGGENDE DI SICILIA.

Messaggiodi Evaluna il 25 gen 2007 18:18

LA LEGGENDA DI COLAPESCE.

Nicola fu l'ultimo dei numerosi fratelli: viveva con la sua famiglia a Messina, in una capanna vicino al mare e fin da fanciullo prese dimestichezza con le onde.
Quando crebbe e divenne un ragazzo svelto e muscoloso, la sua gioia era d'immergersi profondamente nell'acqua e, quando vi si trovava dentro, si meravigliava anche lui come non sentisse il bisogno di ritornare alla superficie se non dopo molto tempo. Poteva rimanere sott'acqua per ore e ore, e quando tornava su, raccontava alla madre quello che aveva visto: dimore sottomarine di città antichissime inghiottite dai flutti, grotte piene di meravigliose fosforescenze, lotte feroci di pesci giganti, foreste sconfinate di coralli e cosi via. La famiglia, a sentire queste meraviglie, lo prendeva per esaltato; ma, insistendo egli a restar fuori di casa, senza aiutare i suoi fratelli nella dura lotta per il pane, e vedendo che egli passava veramente il suo tempo dentro le onde e sotto il mare, come un altro se ne sarebbe andato a passeggiare per i campi, si preoccupò e cercava di scacciare quei pensieri strani dalla testa del figliuolo. Cola amava tanto il mare e per conseguenza voleva bene anche ai pesci: si disperava a vederne le ceste piene che portavano a casa i suoi fratelli, ed una volta che vi trovò dentro una murena ancora viva, corse a gettarla nel mare. Essendosi la madre accorta della cosa, lo rimbrotto acerbamente:
– Bel mestiere che sai fare tu! Tuo padre e i tuoi fratelli faticano per prendere il pesce e tu lo ributti nel mare! Peccato mortale è questo, buttare via la roba del Signore. Se tu non ti ravvedi, possa anche tu diventare pesce.
Quando i genitori rivolgono una grave parola ai figli, Iddio ascolta ed esaudisce. Così doveva succedere per Nicola. Sua madre tentò di tutto per distoglierlo dal mare, e credendolo stregato, si rivolse a santi uomini di religione. Ma i loro saggi consigli a nulla valsero. Cola seguitò a frequentare il mare e spesso restava lontano giorni e giorni, perché aveva trovato un modo assai comodo per fare lunghi viaggi senza fatica: si faceva ingoiare da certi grossi pesci ch'egli trovava nel mare profondo e, quando voleva, spaccava loro il ventre con un coltello e cosi si ritrovava fuori, pronto a seguitare le sue esplorazioni. Una volta egli tornò dal fondo recando alcune monete d'oro e cosi continuò per parecchio tempo, finché ebbe ricuperato il tesoro di un'antica nave affondata in quel luogo.
La sua fama crebbe tanto, che quando venne a Messina l'imperatore Federico, questi volle conoscere immediatamente lo strano essere mezzo uomo e mezzo pesce.
Egli si trovava su di una nave al largo, quando Cola fu ammesso alla sua presenza.
- Voglio esperimentare – gli disse l'Imperatore – quello che sai fare. getto questa coppa d'oro nel mare; tu riportamela.
- Una cosa da niente, maestà, fece Cola, e si gettò elegantemente nelle onde.
Di lì a poco egli tornò a galla con la coppa d'oro nella destra. Il sovrano fu cosi contento che regalò a Cola il prezioso oggetto e lo invitò a restare con lui.
Un giorno gli disse:
- Voglio sapere com'è fatto il fondo del mare e come vi poggia sopra l'isola di Sicilia.
Cola s'immerse, stette via parecchio tempo; e quando tornò, informò l'Imperatore.
– Maestà, – disse – tre sono le colonne su cui poggia la nostra isola: due sono intatte e forti, l'altra è vacillante, perché il fuoco la consuma, tra Catania e Messina.
Il sovrano volle sapere com'era fatto questo fuoco e ne pretese un poco per poterlo vedere. Cola rispose che non poteva portar il fuoco nelle mani; ma il sovrano si sdegnò e minacciò oscuri castighi.
- Confessalo, Cola, tu hai paura.
- Io paura? – ribatté il giovane – Anche il fuoco vi porterò. Tanto, una volta o l'altra, bisogna ben morire. Se vedrete salire alla superficie delle acque una macchia di sangue, vuol dire che non tornerò più su.
Si gettò a capofitto nel mare, e la gente stava, ad attendere col cuore diviso tra la speranza e la paura. Dopo una lunga inutile attesa, si vide apparire una macchia di sangue.
Cola era disceso fino al fondo, dove l'acqua prende i riflessi del fuoco, e poi più avanti dove ribolle, ricacciando via tutti i pesci: che cosa successe laggiù? Non si sa: Cola non riapparve mai più.
Qualcuno sostiene ch'egli non è morto e che è restato in fondo al mare, perché si era accorto che la terza colonna su cui poggia la Sicilia stava per crollare e la volle sostenere, cosi come la sostiene tuttora.
Ci sono anche di quelli che dicono che Cola tornerà in terra quando fra gli uomini non vi sarà, nessuno che soffra per dolore o per castigo.


FONTE : http://paroledautore.net
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Messaggiodi Evaluna il 26 gen 2007 17:40

Origine dei Pupi siciliani

Un allievo di Socrate, l'ateniese Senofonte, ci parla di un puparo, un siciliano di Siracusa, che con le sue marionette rallegrò il convito offerto da Callia in onore di Autolico, vincitore di una gara atletica.

Al convito, che sarebbe avvenuto nel 421 a.C., era presente anche Socrate, che richiese al puparo siciliano di fare ballare le sue marionette, ed egli eseguì la danza di Bacco e Arianna.

Terminato lo spettacolo, Socrate gli chiese che cosa desiderasse per essere felice: il puparo di Siracusa, con arguzia tutta siciliana, gli rispose: "Che ci siano molti sciocchi, perchè essi, accorrendo allo spettacolo dei miei burattini, mi procurano da vivere".


L'importanza della palma

Anticamente i siciliani, ricorrevano alla palma per impetrare la pioggia nei periodi di siccità.

Oltre alle processioni, alle veglie notturne, durante le quali si recitava incessantemente il Rosario davanti alle immagini sacre ed alle candele consacrate che ardevano nelle chiese, era usanza nella domenica delle Palme appendere agli alberi fronde di palma benedette e spargere nei campi la polvere spazzata quello stesso giorno nelle chiese.

Era credenza, in Sicilia, cacciare le streghe che apparivano a mezzogiorno tagliando con forbici di acciaio tre foglie di palma e contemporaneamente recitando una formula magica.
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Messaggiodi Siracusana il 28 gen 2007 03:35

LA LEGGENDA DEL CAVALLO SENZA TESTA

La Catania del 700 ci presenta una leggenda davvero affascinante,quella del cavallo senza testa.Questa leggenda è ambientata nella bellissima Via Crociferi;in questa via i numerosi nobili che vi abitavano nel 700,e che vi tenevano i loro notturni conciliaboli o per intrighi amorosi o per cospirazioni private,e quindi non volevano essere notati,e tanto meno riconosciuti,fecero spargere la voce che di notte vagasse un cavallo senza testa,e perciò nessuno vi si avventurava una volta calate le tenebre.Soltanto un coraggioso giovane scommise con i suoi amici che ci sarebbe andato nel cuore della notte,e come prova di questo, avrebbe piantato un grosso chiodo sotto l’Arco delle monache Benedettine,che la tradizione vuole costruito in una sola notte nel 1704.Gli amici accettarono la scommessa;e l’ardimentoso giovane,munito di scala,del grosso chiodo e del martello,si recò a mezzanotte sotto l’arco delle monache,e vi piantò il chiodo (ancora se ne vede il buco);ma,nell’eccitazione non si accorse di avere attaccato anche un lembo del suo mantello al muro;sicché quando volle scendere dalla scala,si sentì afferrato a una mano invisibile;il giovane cedette allora di essere stato afferrato dal cavallo senza testa,e ci rimase secco.Aveva vinto la scommessa:ma la leggenda del cavallo ebbe una clamorosa conferma,e nessuno si azzardò più di passare di notte per Via Crociferi.
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Messaggiodi Siracusana il 28 gen 2007 03:36

LEGGENDA ARETUSA

Racconta il mito che Aretusa, figlia di Nereo e di Doride, inseparabile amica della dèa cacciatrice Diana, venne da questa dèa trasformata in una fonte di acqua dolce, che sgorga copiosa lungo la riva baciata dalle acque del porto grande di Siracusa.
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La metamorfosi fu attuata per sottrarre la timida ninfa alla insistente corte del dio Alfeo; costui, però, quale divinità fluviale, scorrendo sotto le acque del mare Egeo, raggiunse la fonte nella quale era stata trasformata l’amata Aretusa. Raggiunta la fonte, Alfeo sgorgò a non molta distanza da lei, al fine di consentire alle sue acque di raggiungere quelle della fonte Aretusa e quindi mescolarsi con loro. In verità, Alfeo era un piccolo fiume della Grecia che, dopo aver effettuato un breve tragitto in superficie, scompariva sotto terra. Quando i Greci trovarono la piccola sorgiva di acqua dolce fuoriuscire non lungi dalla fonte copiosa di Aretusa, trovarono lo spunto per spiegarsi, fantasiosamente, la scomparsa del fiume Alfeo in Grecia, che sarebbe riapparso in superficie (dopo il lungo viaggio sottomarino) in Sicilia.
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http://www.tanogabo.it/Aretusa.htm


Aretusa è raffigurata nelle monete siracusane con la testa circondata da guizzanti delfini. L’immagine è stata ripresa anche nella vecchia e fuoricorso banconota da cinquecento lire, emessa il 23/04/1975
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Messaggiodi Evaluna il 30 gen 2007 18:26

La Principessa Sicilia


Sicilia, questo il nome della splendida e nobile giovane che aveva un destino non proprio felice. Il suo Regno, forse il Libano, si affacciava sul Mediterraneo orientale Un oracolo aveva predetto, quando essa era ancora bambina, che se avesse voluto sopravvivere al quindicesimo compleanno, avrebbe dovuto abbandonare il Paese da sola e in barca. Se non lo avesse fatto, sarebbe stata divorata da un mostro famelico, il Greco-Levante.

Compiuti i quindici anni, Sicilia viene messa su una barca dai genitori disperati e piangenti, poi spinta a largo. Tre mesi in barca sono duri i viveri e l'acqua sono finiti e la disperazione monta sempre di più. La giovane Principessa si abitua all'idea della morte, proprio quando dei venti la spingono verso una spiaggia. Agli occhi della ragazza compare allora, una terra luminosa, piena di fiori e frutti, abbondante e calda, colma di profumi.

Ma non c'è nessuno. è deserta.

La fame e la sete sono spenti, ma la solitudine può essere terribile. Sicilia inizia a piangere, prima sommessamente, poi con forza, fino a quando la stanchezza ha il sopravvento e gli occhi non riescono più a far sgorgare una lacrima. Proprio in quell'istante compare uno splendido giovane che le spiega il mistero di quella terra ricca ma senza uomini.

Da tempo gli originari abitanti sono tutti morti di peste, ma gli dei o il destino hanno deciso di riportarvi una razza più forte, fiera, gentile. Per questo compito di ripopolamento sono stati scelti proprio i due ragazzi. Così l'Isola è stata ribattezzata con il nome di colei che ha portato in grembo le prime, nuove, future generazioni.

Questa leggenda ha comunque le sue radici nella grande Grecia. Il riferimento è all'antica favola della troiana Egesta. Anche lei fu abbandonata dal padre Ippota su una barchetta: il genitore intendeva salvarla dall'orribile mostro marino inviato da Nettuno. Spinta da venti favorevoli, anche Egesta approdò in Sicilia dove sposò il dio fluviale Crìmiso. Da quell'unione nacquero Eolo e l'eroe Egeste, fondatore di Segesta - secondo un'altra versione della leggenda, quest'ultimo fondò anche Erice ed Entella.

La radice del nome Sicilia potrebbe arrivare da vocaboli antichi come Sik ed Elia, il fico e l'ulivo, che rappresentano due ricchezze della terra siciliana, simboli della fertilità dell'Isola.

Giuseppe Maria Salvatore Grifeo
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Messaggiodi corradom il 09 mar 2007 11:59

Una nuvola giovane giovane (ma, è risaputo, la vita delle nuvole è breve e movimentata) faceva la sua prima cavalcata nei cieli, con un branco di nuvoloni gonfi e bizzarri.
Quando passarono sul grande deserto del Sahara, le altre nuvole, più esperte, la incitarono: "Corri, corri! Se ti fermi qui sei perduta".
La nuvola però era curiosa, come tutti i giovani, e si lasciò scivolare in fondo al branco delle nuvole, così simile ad una mandria di bisonti sgroppanti.
"Cosa fai? Muoviti!", le ringhiò dietro il vento.
Ma la nuvoletta aveva visto le dune di sabbia dorata: uno spettacolo affascinante. E planò leggera leggera. Le dune sembravano nuvole d'oro accarezzate dal vento.
Una di esse le sorrise. "Ciao", le disse. Era una duna molto graziosa, appena formata dal vento, che le scompigliava la luccicante chioma.
"Ciao. Io mi chiamo Ola", si presentò la nuvola.
"Io, Una", replicò la duna.
"Com'è la tua vita lì giù?".
"Bè.... Sole e vento. Fa un po' caldo ma ci si arrangia. E la tua?".
"Sole e vento... grandi corse nel cielo".
"La mia vita è molto breve. Quando tornerà il gran vento, forse sparirò".
"Ti dispiace?".
"Un po'. Mi sembra di non servire a niente".
"Anch'io mi trasformerò preso in pioggia e cadrò. E' il mio destino".
La duna esitò un attimo e poi disse: "Lo sai che noi chiamiamo la pioggia Paradiso?".
"Non sapevo di essere così importante", rise la nuvola.
"Ho sentito raccontare da alcune vecchie dune quanto sia bella la pioggia. Noi ci copriamo di cose meravigliose che si chiamano erba e fiori".
"Oh, è vero. Li ho visti".
"Probabilmente io non li vedrò mai", concluse mestamente la duna.
La nuvola rifletté un attimo, poi disse: "Potrei pioverti addosso io...".
"Ma morirai...".
"Tu però, fiorirai", disse la nuvola e si lasciò cadere, diventando pioggia iridescente.
Il giorno dopo la piccola duna era fiorita.

Una delle più belle preghiere che conosco dice: "Signore, fa' di me una lampada. Brucerò me stesso, ma darò luce agli altri".
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Messaggiodi Siracusana il 19 mar 2007 14:50

La storia di Scilla

Scilla, figlia di Crateide, era una ninfa stupenda che si aggirava nelle spiagge di Zancle (Messina) e fece innamorare il dio marino Glauco, metà pesce e metà uomo. Rifiutato dalla ninfa, il dio marino chiede l’aiuto della maga Circe, senza sapere che la maga stessa era innamorata di lui.

La maga, offesa per il rifiuto del dio marino alla sua corte, decide di vendicarsi preparando una porzione a base di erbe magiche da versare nella sorgente in cui Scilla si bagna usualmente.

Appena Scilla si immerge, il suo corpo si trasforma e la parte inferiore accoglie sei cani, ciascuno dei quali con una orrenda bocca con denti appuntiti. Tali cani hanno dei colli lunghissimi a forma di serpente con cui possono afferrare gli esseri viventi da divorare.

A causa di questa trasformazione, Scilla si nasconde in un antro presso lo stretto di Messina. Decide anche di vendicarsi di Circe privando Ulisse dei suoi uomini mentre lui stava attraversando lo stretto. Successivamente ingoia anche le navi di Enea.

La leggenda vuole che Eracle, attaccato dalla ninfa mentre attraversa l’Italia con il bestiame di Gerione, la uccide, ma il padre della ragazza riesce a richiamarla in vita grazie alle sue arti magiche.

Il suo nome ricorda “colei che dilania”. Insieme a Cariddi, per i greci impersona le forze distruttrici del mare. Queste due divinità, localizzate tra le due rive dello stretto di Messina, rappresentano i pericoli del mare.
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Messaggiodi Evaluna il 26 lug 2007 10:27

IL TERREMOTO DEL 1693.

A questo terribile cataclisma sono legate due leggende catanesi quella di "Don Arcaloro" e quella del vescovo Carafa. La prima di queste due leggende narra che nella mattina del 10 gennaio 1693 si presentò al palazzo del barone catanese Don Arcaloro Scamacca una fattucchiera locale, e con la sua vociaccia gridò a Don Arcaloro di affacciarsi subito, perché gli doveva dire una cosa di grande importanza: ne andava di mezzo la vita! Don Arcolaro, conoscendo il tipo, ordinò che la facessero salire. La vecchia strega allora confidò al barone che quella notte gli era apparsa in sogno S.Agata, la quale supplicava il Signore di salvare la sua amata città dal terremoto, ma il Signore a causa dei peccati dei catanesi, aveva rifiutato di concedere la grazia; ed aggiunse la terribile profezia "Don Arcaloru, Don Arcaloru, /dumani, a vintin’ura, /a Catania s’abballa senza sonu!", e cioè "Don Arcaloro, don Arcaloro, domani, alle 14, a Catania si ballerà senza musica!". Il Barone capì subito di quale ballo la vecchia parlasse; e si rifugiò in aperta campagna, dove attese l’ora fatale: e puntualmente all’ora indicata dalla strega il terremoto si verificò. Un vecchio quadro settecentesco, riprodotto da Salvatore Lo Presti, rappresenta il barone catanese con l’orologio in mano, in attesa della funesta ora.

La seconda leggenda relativa al terremoto del 1693 è quella che riguarda il vescovo di Catania Francesco Carafa, che fu a capo della diocesi dal 1687 al 1692. La leggenda dice che questo vescovo, mediante le sue preghiere, era riuscito per ben due volte a tenere lontano dalla sua cara città il terribile terremoto. Ma nel 1692 egli morì, e l’anno dopo, venute meno le sue preghiere Catania fu distrutta. Nell’iscrizione posta sul suo sepolcro, che si trova nel Duomo di Catania, si legge infatti: "Don Francesco Carafa, già Arcivescovo di Lanciano poi Vescovo di Catania, vigilantissimo, pio, sapiente, umilissimo, padre dei poveri, pastore così amante delle sue pecorelle, che poté allontanare da Catania due sventure da parte dell’Etna, prima del terremoto del 1693. Dopo di che morì. Giace in questo luogo. Fosse vissuto ancora, così non sarebbe caduta Catania!".


NEVE.

Fino ai primi decenni del 900 quando ancora la refrigerazione dei cibi era affidata alle ghiacciaie ,a Catania era assai diffuso il commercio della neve dell’Etna.Essa era accumulata in montagna in cavità naturali,adatte allo scopo,dette neviere,e trasportata in città e nei paesi limitrofi con carretti coibentati in maniera rudimentale.Infatti,per evitarne lo scioglimento,i venditori di neve cospargevano il fondo del carro con uno strato di carbonella,ricoperto a sua volta di felci;al di sopra di quest’ultime si disponeva la neve avvolta in un telo di canapa protetto superiormente da un altro strato di felci.Il commercio e l’uso della neve furono proibiti,per motivi igienici,dopo la seconda guerra mondiale,cancellando così una tradizione secolare.Ecco due testimonianze.Il domenicano francese padre Giovanni Battista Labat,nel suo libro Voyage en Espagne et en Italie racconta che nel giugno del 1711,a Messina nel convento dell’ordine domenicano di S.Girolamo,gli fu servito,in una grande brocca,"vino refrigerato dalla neve"e che"un monaco appena vedeva una tazza vuota la riempiva senza perdere un istante".E Patrick Brydone,gentiluomo scozzese ,venuto a Catania nel maggio del 1780:"Gli abitanti di questo paese caldo,anche i contadini,dispongono di ghiaccio durante i calori estivi;e non c’è festa organizzata dalla nobiltà,in cui la neve non rappresenti una parte importante:una carestia di neve,dicono loro stessi,sarebbe più grave di una carestia di grano o di vino.Tra di loro regna l’opinione che senza le nevi del monte Etna,la loro isola non potrebbe essere abitata,tanto è divenuto necessario per essi questo articolo di lusso".


IL TESORO DI CALAFARINA.

La grotta di Calafarina si trova presso Pachino a Marzamemi, il cui toponimo deriva dall’arabo Marsa-al-haman, che significa il "porto delle colombe".Una leggenda locale afferma che dentro la grotta di Calafarina gli arabi, sconfitti dai normanni, prima di partire per l’Africa, ammucchiarono i loro ingenti tesori, ivi trasportati con 100 muli; e vi sgozzarono i loro schiavi mori, per lasciarli come guardiani di questa travatura. A Pachino si assicura che, nelle notti di tempesta, si sentano ancora le grida di questi sventurati guardiani.Perché non provate voi a liberarli, col vantaggio di diventare ricchi?
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Messaggiodi Evaluna il 19 dic 2007 13:14

Lu fusu di la vecchia

Secondo le credenze popolari, gli antichi abitanti della Sicilia erano dei giganti, dato che costruivano edifici colossali. A Selinunte, tra le grandiose ed impressionanti rovine, si erge solitaria una colonna alta oltre 16 metri, con un diametro di quasi 3 metri e mezzo alla base, che i contadini e i marinai del luogo chiamano con la curiosa denominazione di "lu fusu di la vecchia", perchè secondo loro, doveva servire alle antiche filatrici di Selinunte, come fuso per filare la lana. Oltre a questa leggenda popolare vi è un'altra singolarità riguardante la colonna.

La singolarità è data dalle sue perfette proporzioni architettoniche che, da lontano, la fanno apparire una colonna certamente notevole, ma non poi così grande, come invece essa è nella realtà. Per rendersi conto di quanto questa colonna sia effettivamente massiccia ed alta, bisogna andarci proprio vicino; bisogna addirittura toccarla con le mani e solo quando, almeno sette persone, cercheranno di abbracciarla, si accorgeranno di quanto essa sia grande, anzi gigantesca perchè la sua circonferenza è di oltre dieci metri.
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Re: FIABE, RACCONTI, CURIOSITA' E LEGGENDE DI SICILIA.

Messaggiodi Evaluna il 18 mar 2008 20:53

- La Trinacria -
Il simbolo della Trinacria è oggi conosciuto perché presente nella bandiera della Sicilia ed in quella dell'isola di Man. La sua storia è articolata e per alcuni versi, ancora avvolta nel mistero, o in ogni modo, nell’indeterminatezza, poiché si ricollega alla mitologia. La Trinacria simbolo della Sicilia, è composta dalla testa della Gorgone, i cui capelli sono serpenti intrecciati con spighe di grano, dalla quale s’irradiano tre gambe piegate all'altezza del ginocchio. La Gorgone è un personaggio mitologico che, decondo il poeta greco Esiodo (VIII-inizio VII secolo a.C.), era ognuna delle tre figlie di Forco e Ceto, due divinità del mare: Medusa (la Gorgone per antonimasia), Steno (la forte), Euriale (la spaziosa). Avevano zanne di conghiale, mani di bronzo, ali d'oro, serpenti sulla testa e sulla vita, abitavano presso le Esperidi (figlie di Atlante, abitanti presso l'isola dei Beati, nella parte più occidentale del mondo), ed erano in grado con uno sguardo, di pietrificare gli uomini. Le spighe di grano sono simbolo di fertilità del territorio. Le tre gambe rappresentano i tre promontori punti estremi dell'isola: capo Peloro (o punta del Faro, Messina), capo Passero (Siracusa), capo Lilibeo (o capo Boeo, Marsala), la cui disposizione si ritrova nel termine greco Triskeles e si ricollega al significato geografico: treis (tre) e akra (promontori): da cui anche nel latino Triquetra (a tre vertici). La disposizione delle tre gambe, facendo pensare ad una rotazione, ha portato gli studiosi a risalire fino alla simbologia religiosa orientale, in particolare quella del dio del tempo Baal nel cui monumento a Vega (Beja, in Tunisia) sopra il toro, vi è una Trinacria, oppure a quella della luna, dove le tre gambe sono sostituite da falci. In oriente, in Asia Minore, tra il VI ed il IV secolo a.C. la Trinacria fu incisa nelle monete di varie città, in antiche regioni quali: Aspendo (in Panfilia sul mediterraneo orientale), Berrito e Tebe (nella Troade territorio intorno alla città di Troia, tra lo Scamandro e l'Ellesponto), Olba (in Cilicia tra Armenia e Siria) e in alcune città della Licia (sud ovest, sul mare). Pur in mancanza di riferimenti alla conformazione geografica, il simbolo fu utilizzato anche a Creta, in Macedonia e nella Spagna celtiberica (area centro-settentrionale). Omero, nell'Odissea, alludendo alla forma dell'isola, utilizza il termine Thrinakie che deriva da Thrinax (dalle tre punte). La tesi sulle origini della Trinacria trovano un riferimento sostanziale nella storia della Grecia antica. I combattenti Spartani incidevano nei loro scudi una gamba bianca piegata all'altezza del ginocchio: simbolo di forza. Questa immagine si ritrova nei dipinti sui vasi antichi ed è anche in una monografia del 1863 sull'argomento, scritta dal filosofo tedesco K.W. Goettling. I Normanni, arrivati in Sicilia nel 1072, esportarono la Trinacria nell'isola di Man, che la scelse come simbolo in sostituzione di quello precedente (un vascello) di origine scandinava. Un esempio della rilevanza simbolica della Trinacria nella storia della Sicilia si è avuta il 30 agosto 1302 con la costituzione dell'isola in Regno di Trinacria a seguito della pace di Caltabellotta, alla conclusione della guerra del Vespro che vide la contesa tra gli Angioini ed i Siciliani ai quali si allearono gli Aragonesi. La titolarità del regno era dal punto di vista formale, assegnata a Federico II d'Aragona ma di fatto era indipendente dal resto dei possedimenti Angioini nell'Italia meridionale. La Trinacria è presente anche negli stemmi di varie dinastie nobili quali gli Stuart d'Albany d'Inghilterra (forse derivato proprio dal loro dominio su isole del mare d'Irlanda, tra cui l'isola di Man), i Rabensteiner di Francia, gli Schanke di Danimarca, i Drocomir di Polonia e in quello di Gioacchino Murat, re delle Due Sicilie all'inizio del 1800.
La Trinacria è al centro della bandiera della Sicilia di colore rosso e giallo.
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Re: FIABE, RACCONTI, CURIOSITA' E LEGGENDE DI SICILIA.

Messaggiodi acid il 16 giu 2010 00:49

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La costa est della penisola della Maddalena, così chiamata per l'esistenza un tempo su di essa di una chiesetta dedicata appunto a Maria Maddalena, è anche nota dai Siracusani come 'a Piddirina, la Pellegrina.

Il nome si ricollega ad una leggenda di pescatori, secondo cui, un tempo, un giovane marinaio ed una giovane fanciulla erano soliti incontrarsi in tutte le notti di luna piena nella grotta posta in fondo alla Cala della Pillirina (v. pagina "Il mare delle memorie") per amarsi appassionatamente su di un letto di alghe.

Un brutto giorno, anzi una brutta notte, la giovane si recò come sempre nella grotta per aspettare il suo bel marinaio, ma questi non si fece vedere nè allora, nè mai più (come peraltro pare sia uso frequente fra i suoi colleghi).

La giovane non si diede per vinta e da allora andò pellegrinando più e più volte nei dintorni della grotta, ma sempre invano.

I pescatori raccontano che ancora oggi, bordeggiando nei pressi della grotta nelle notti di luna piena, sia possibile vedere racchiusa in un fascio di luce lunare la povera Pellegrina, che aspetta invano il suo giovane marinaio.
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