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Claudio Maria Arezzo PDF Stampa E-mail
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Il Privitera nella “Storia di Siracusa” vol II., enumerando i siracusani che si distinsero in Patria e fuori nel sec. XVI, scrive: “Di tutti questi ancor più celebre fu Claudio Maria Arezzo, storico, archeologo, filologo, oratore ed elegante poeta.
Coevo del Fazzello, diede prima di lui il saggio di una topografia storica di Sicilia, De Situ Siciliane, poi di quella della Spagna, De Hispaniae situ, sicchè noto e accetto a Carlo V, riportò l’insigne onore di essere nominato storiografo imperiale.
Molti opuscoli di vario argomento egli scrisse, e pregevoli tutti, fra i quali è singolare quello scritto in Siciliano che porta il titolo di Osservazioni della lingua siciliana e canzoni nel proprio idioma, in cui l’autore filologicamente discorre della natura, della copia delle voci, e dei pregi di una favella, che fu madre della ricca e bella lingua d’Italia. Eccellenti poesie egli compose in latino, in italiano e in volgare siciliano, che gli meritarono la fama di poeta colto e gentile”.

Si conservano nella Biblioteca Alagoniana, come cosa rara, legati in uno, i due opuscoli De Situ Siciliae, stampato in Palermo nel 1537, e l’altro delle Osservazioni stampato nel 1543. Ma una raccolta di tutti gli opuscoli di Claudio Arezzo fu stampata in Basilea nel 1544.
Si hanno dell’Arezzo poche notizie biografiche, che possono desumersi dalle sue opere, da qualche documento, e dagli scrittori che si sono interessati di lui.

Nacque in Siracusa da Enrico Arezzo, Barone della Targia e di Benalì, capitano di cavalleria, che si rese benemerito della patria, estirpando i ladri che ne infestavano il territorio, e nel 1545, mentre teneva la carica di senatore, ordinò che sotto l’arma della città si scrivesse il motto Nisi fidelitas per significare che il tempo aveva potuto cancellare tutto in Siracusa, la grandezza, i templi, le mura, ma giammai la fedeltà.
La madre fu Beatrice Galgana, discendente anche essa da illustre famiglia e nipote del celebre giureconsulto Guglielmo Perno di cui abbiamo nella Alagoniana il codice Consuetudines Syracusarum. Il nostro Claudio nacque nella fine del secolo XV o a principio del secolo XVI ed ebbe vita longeva.
Nel 1520 scrisse la prima delle elegie, che ci sono pervenute. Fu certamente discepolo dello spagnolo Cristoforo Scobar che, dopo essere stato a Messina per imparare il greco da Costantino Lascaris, venne a stabilirsi a Siracusa, aprendo una scuola che si rese famosa in tutta la Sicilia.
Resse in quel tempo la nostra Diocesi dal 1518 al 1540 il Siracusano Ludovico Platamone, che era stato prima parecchi anni a Roma nella corte pontificia, carissima al Papa Leone X e poi vescovo di Sarsina. Egli, da mecenate e umanista, protesse le lettere e i letterati e accolse, fra gli altri, lo Scobar, onorandolo del Canonicato e donandogli un villino in contrada Teracati. Il dotto spagnolo scrisse in latino e dedicò all’illustre prelato, suo benefattore, il lavoro storico De rebus praeclaris syracusanis e il catalogo dei Vescovi Siracusani, cominciando da San Marciano, e tradusse dal greco gli atti dei tre fratelli martiri di Lentini: opere che mandò alla luce nel 1519 a Venezia e che gli meritarono celebrità in Italia e fuori, e alta stima presso i siracusani. Tra questi fu il patrizio Giovanni Giarruto, che lo animava a proseguire ad illustrare una città, che ha la caratteristica di amare e favorire i forestieri.

L’Arezzo, addolorato per i tumulti e i disordini, che travagliarono la Sicilia negli anni 1517 e 1518, indirizzo all’imperatore una elegia latina, chiedendo soccorso per l’isola sventurata: Trinacria ad Carolum.
Fin dal 1528, in un documento degli Atti del Senato Siracusano, lo troviamo onorato del titolo di cronista imperiale.
Sappiamo da lui che dimorò alcuni anni in Spagna e qualche tempo in Fiandria e Alemagna, discurrendo per Franza. In Spagna godette lungamente dell’amicizia del suo gran Navagerio, insigne letterato e politico veneziano che vi dimorò quasi quattro anni, dopo la battaglia di Pavia (febbraio 1525), per i negoziati di pace con Carlo V e la liberazione del re di Francia.
L’Arezzo strinse pure amicizia col gran cancelliere imperiale, Mercurio da Gattinara, di cui parla più volte con onore nei suoi scritti. Compose parecchi epigrammi per la nascita e il battesimo di Filippo II il 21 maggio 1527. Come si rileva dagli Atti del Senato, Siracusa si trovava in condizioni tristissime: le sue coste erano infestate continuamente dalle scorrerie dei mori, il porto deserto, le finanze del Comune esauste e la popolazione afflitta per la peste e per la malandata. Fu informato di tutto l’Arezzo che nel 1528 venne nominato oratore e nuncio presso su Maestà Cesarea, da cui ottiene in dono 216 onze (L. 2754) perché “non teni forma quista universitati (comune) di accartare un foglio di carta”. Influì sull’ingegno dell’Arezzo, assetato di classicità, l’amicizia del ricordato Andrea Navagerio che aveva curato gran parte delle edizioni aldine dei classici e di cui egli ricorda l’acume, la sapienza e il candore.
Scrisse i dialoghi in latino, Ennius, Mercurinus, Calipho, con sue notizie biografiche e numerosi eleganti componimenti poetici nella stessa lingua, sugli avvenimenti di quel tempo, tra i quali la liberazione di Roma dai lanzichenecchi (novembre 1527) cercando di scagionare l’imperatore dalla responsabilità delle offese, che quei suoi dipendenti luterani avevano recato al Capo della Chiesa Cattolica. Compiute a Barcellona le trattative di pace (giugno 1529) col Pontefice Clemente VII, Carlo V, insieme con l’Arezzo e la sua corte, salpò per l’Italia per ricevere le due corone imperiale e regale.
Il senato siracusano, con una delibera del 27 agosto incaricò Cristoforo de Medicis di raggiungere l’Arezzo presso l’imperatore e di unirsi a lui per rendere a Cesare l’omaggio della città. L’Arezzo si trovò presente all’incoronazione dell’imperatore in Bologna e potè trovarsi in contatto col fiore dei letterati e dei poeti più in voga. Nel marzo 1530 l’imperatore, con la sua corte, lasciò Bologna, toccò Correggio, accolto splendidamente da Veronica Gambara, dimorò quasi un mese a Mantova presso Federico Gonzaga, e per la via di Trento andò in Germania: dove l’Arezzo occupò il tempo negli studi della geografia tolemaica e degli scrittori classici, facendo stampare le sue opere latine in Augusta nello stesso anno 1530.
Nel maggio 1537, dopo avere visitato attentamente tutta la Sicilia, si ritirò in questa sua città nativa e scrisse l’operetta “De Situ Siciliane”, incoraggiato da eminenti personaggi di Messina, che era allora splendida sede delle lettere.
Tentò di sollevare il dialetto all’onore di lingua e scrisse e pubblicò l’anno 1543 le “Osservantii di la lingua siciliana”. Nel corso dell’Operetta dà il nome di accademia ai convegni letterari nella città dello stretto, ai quali così accenna: “Ritrovandomi in la cità di Missina, in conversazioni con alcuni gentiluomini di acuto et svigliato ingegno (i quali di li canzoni nostri siciliani sommamente si dilettano) non una ma più volti; poi di molti discursi sopra lo poetizar in lingua vulgara…”.

Non si conoscono altre circostanze sulla sua vita. Sappiamo soltanto dagli Annali di Cesare Gaetani che nel 1575 Claudio Arezzo, di cui si era diffusa la fama, viveva ancora. Egli si occupò di poesia, di letteratura, di storia, di archeologia, di geografia e anche di matematica, necessaria per la misurazione da lui fatta del perimetro della Sicilia.
Claudio Maria Arezzo onorò Siracusa e fu uno dei più noti umanisti del Cinquecento.

Testo tratto da:
Profili di Siracusani Illustri
Mons. Giuseppe Cannarella



 
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